EPPUR SI MUOVE: LA BUONA FEDE NELLA RECENTE GIURISPRUDENZA INGLESE E I CONTRATTI RELAZIONALI: IL CASO BATES AND OTHERS V. POST OFFICE

Tradizionalmente due sono le questioni che più dividono la common law inglese e i sistemi di civil law.

La prima riguarda l’interpretazione del contratto, “soggettiva” nei sistemi di civil law (e per un avvocato italiano l’ovvio riferimento è agli articoli 1362-1371 codice civile) e “oggettiva” in quelli di common law (vedi il post che ho precedentemente pubblicato “L’INTERPRETAZIONE DEL CONTRATTO NEI SISTEMI DI COMMON LAW E DI CIVIL LAW”).

La seconda è quella relativa all’esistenza di un obbligo di buona fede nei contratti e il divario storicamente esistente tra I due sistemi è perfettamente descritto da Giuditta Cordero-Moss secondo cui “The Common Law of Contracts is based on the principles of certainty and predictability …Notions such as good faith and fair dealing are not necessary to integrate the regulations agreed between the parties: even, they are deemed undesirable, because they would introduce an element of discretion and uncertainty that is not in business and commerce. The law of contracts in Civilian systems … is concerned with ensuring that justice is rendered in the specific case. The contract is interpreted in the light of implied principles of reasonableness, good faith or fair dealings (in different degrees in the respective national systems)[1].

In realtà il tradizionale disfavore verso la nozione di good faith è ormai venuto meno in molte nazioni il cui sistema giuridico si rifà alla common law (Canada, Australia, Nuova Zelanda e U.S.A.) e anche in Inghilterra periodicamente viene ormai messo in discussione (qui il rinvio è al mio post del 2013 “E ADESSO ANCHE GLI INGLESI INIZIERANNO A DOVER NEGOZIARE I CONTRATTI IN BUONA FEDE?” dedicato al caso Yam Seng v. International Trade Corporation).

Se la House Lord nel 1992, giudicando il caso Walford v. Millford, si interrogava domandandosi “How can a court be expected to decide whether, subjectively, a proper reason existed  for termination of negotiations?”,  ribadendo che il principio della buona fede doveva intendersi “ineherently repugnant to the adversarial position of the parties when involved in negotiations” e “unworkable in practice”, successive decisioni hanno contribuito ad indebolire la tradizionale ostilità dei giuristi inglesi al principio di buona fede.

La prima questione che i giudici inglesi hanno dovuto risolvere quale fosse significato dare al concetto di “good faith”, e qui l’approccio potrebbe essere sintetizzato, quasi a mo’ di una mera tautologia, con una ovvietà: “la buona fede è l’opposto della malafede(“the breach of a duty of good faith should … require some disonenesty or improper motive, some element of  bad faith, to be established”)[2], il che tuttavia non fa che spostare il problema dovendosi comprendere che cosa debba intendersi per “bad faith[3], questione questa chiarita dalla giurisprudenza inglese secondo cui “in absence of fraud it would be unlikely that there would be a finding of bad faith[4].

I giudici inglesi hanno poi ristretto ulteriormente l’efficacia di una “obligation to act in good faith”: “good faith, whilst requiring the parties to act in a way that will allow both parties the anticipated benefits of the contract, does not require either party to give up a freely negotiated advantage clearly embedded in the contract”[5].

Dovremmo quindi concludere che i giudici inglesi hanno abbandonato, o stanno abbandonando, il tradizionale atteggiamento riepilogato dalle parole dei giudici della House of Lords nel caso WALFORD v. MILLFORD ed è quindi ben possibile inserire in un contratto internazionale disciplinato dalla legge inglese una ”obligation to act in good faith”.

Ciò seppur nella consapevolezza che i giudici inglesi interpreterebbero una tale obbligazione alla luce delle circostanze del singolo e comunque con un atteggiamento molto più restrittivo di quello che potrebbe aspettarsi un avvocato italiano.

Nell’interpretare un contratto il giudice inglese può considerare che un obbligo di buona fede sia implicito e sia dunque un implied term del contratto? Anche in questo caso l’atteggiamento sta forse lentamente cambiando.

Se da un lato non mancano le decisioni  che, applicando in maniera rigorosa i criteri per l’ammissibilità  degli implied terms, (vedi il mio post del 2016 “L’INTERPRETAZIONE DEL CONTRATTO NEL DIRITTO INGLESE: QUELLO CHE CONTA E’ QUELLO CHE E’ SCRITTO NEL TESTO MA QUALCHE ECCEZIONE C’È: IL CASO DEI TERMINI IMPLICITI NEL CONTRATTO (“IMPLIED TERMS”) ALLA LUCE DI UNA RECENTE SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA INGLESE”) hanno negato  l’esistenza di un obbligo implicito di buona fede [6], la High Court inglese (il tribunale di primo grado)  ne ha ammesso l’esistenza non già per qualsivoglia contratto soltanto ma per i c.d. relational contracts, i contratti relazionali.

È questa una tipologia di contratti, comunque riconducibili alla più generale fattispecie dei contratti di durata, elaborata dapprima dalla dottrina americana[7] che li ha contrapposti ai c.d. discrete o transactional contracts. Molto semplificando, questi ultimi sono contratti basati sullo scambio immediato  e sulla promessa cui corrisponde una pianificazione delle reciproche attività e di prederminazione delle rispettive obbligazioni delle parti, ove il rimedio per l’inadempimento è principalmente rappresentato dalla dissoluzione del contratto e dal risarcimento degli eventuali danni, mentre i contratti relazioni sono piuttosto contratti destinati a durare un tempo non breve o addirittura per di un periodo di tempo indeterminato e caratterizzati dalla necessità di una costante collaborazione tra i contraenti, dando al contempo la preferenza a rimedi che consentano la prosecuzione del contratto. Fatte sempre salve le circostanze del singolo caso concreto, esempi di relational contracts potrebbero essere i long-term supply agreements, i contratti di franchising ed i contratti di joint venture

Proprio assumendo di trovarsi di fronte ad un relational contract nel caso Bates and others v. Post Office[8] i giudici inglesi hanno ritenuto che una “good faith obligation” fosse un implied terms del contratto, definendo altresì  i criteri sulla base dei quali  un contratto possa dirsi relazionale ovverosia (i) una lunga durata del contratto, (ii) la necessità di una costante collaborazione e di un continuo flusso di comunicazioni di informazioni tra i contraenti, (iii)  la necessità di investimenti o comunque di impegni finanziari e (iv) l’assenza nel testo contrattuale di una qualsivoglia clausola che escluda l’esistenza di un obbligo implicito di  buona fede.

Possiamo quindi concludere che, sebbene non esista nel diritto inglese un principio di buona fede la cui latitudine sia paragonabile a quella che tale principio ha meo diritto italiano,  il concetto di buona fede passo dopo passo, sentenza dopo sentenza, si avvii sempre di più a giocare un ruolo nella prassi dei contratti.

Marco Bianchi © riproduzione riservata – Dicembre 2019

[1] Giuditta Cordero Moss (2007) “International contracts between common law and civil law: is non-state law to be preferred? The difficulty of interpreting legal standards such as good faith”). Global Jurist: Vol.7:Iss.1 (Advances), Article 3.

[2] Medforth v. Blake (2000) in https://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/1999/1482.html

[3] Va comunque ricordato che nel diritto inglese non esiste alcun obbligo di rivelare circostanze di fatto alla controparte o di correggere degli errori da questa commessi nella valutazione di tali circostanze (sempreché nel singolo caso non sia tale da costituire una vera e propria misrepresentation (innocent, negligent o fraudolent), ovverosia una dichiarazione inesatta o non corretta che induca la controparte a concludere il contratto (ma il mero silenzio di solito non è una misrepresentation) Si veda J. Steadman – S. Sprague “Common Law Contract Law A practical guide for the civil lawyer”, Wolter Kluwers, pag. 145

[4] Petromec Inc. v. Petroleo Brasilero SA Petrobras (No 3) (2005) in https://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/2006/1038.html

[5] Gold Goup Properties Ltd v BDW Trading Ltd. (2010) in https://www.bailii.org/ew/cases/EWHC/TCC/2010/323.html

[6] A tal proposito si veda il recente caso UTB LLC v Sheffield United Ltd (2019) in https://www.bailii.org/ew/cases/EWHC/Ch/2019/914.html

[7] Il riferimento è alle opere di I.E Macneil tra le cui numerose opere cui si possono citare” The Many Futures of Contracts” (1974) e “Relational Contracts: What we do and what we do not know” (1975). Per la dottrina italiana in tema di contratti relazionali si veda il bel librI do Alba Fondrieschi “Contratti relazionali e tutela del rapporto contrattuale”, Giuffrè 2017.

[8] Bates and others v. Post Office (2019) in https://www.judiciary.uk/wp-content/uploads/2019/12/bates-v-post-office-judgment.pdf (ma si tratta di una sentenza estremamente lunga, 313 pagine ….). Si veda anche il caso Amey v Birmingham City Council (2015) in https://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/2018/264.html , dove la Corte di Appello ha ritenuto che un contratto di appalto della durata di 25 anni dovesse essere inteso alla stregua di un contratto relazione, e tale quindi da non giustificare una interpretazione meramente letterale del testo contrattuale.

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