“LA CRISI DELLE PROFESSIONI LEGALI È EVIDENTE. IN PARTE È FISIOLOGICAMENTE DOVUTA ALLA INCREDIBILE ESPANSIONE DELLE CARRIERE TECNOLOGICHE E INFORMATICHE. MA IN QUESTO MONDO VERAMENTE NON SERVONO PIÙ GIURISTI?”

Ho letto questa domanda, formulata dal Notaio Massimiliano Ebner su LinkedIn, e provo qui a rispondere.

Concordo sulla crisi delle professioni legali, quantomeno in considerazione della forte riduzione degli iscritti alla Facoltà di Giurisprudenza. Concordo anche sull’espansione delle carriere tecnologiche e informatiche, che per altro non mi sembra una delle cause quanto piuttosto una conseguenza di tale crisi. “Ma in questo mondo veramente non servono più giuristi?”. La domanda è retorica e la risposta è ovviamente che no, certo che servono ancora giuristi. La domanda vera che bisogna farsi è però un’altra, ovvero “Ma a questo mondo che tipo di giuristi servono?”.  Il problema è che, da sempre, siamo abituati ad immaginare e rappresentare l’avvocato soltanto con la toga, e quindi a ritenere che il ruolo precipuo dell’avvocato sia quello di “andare in tribunale”.

In effetti il logo della rivista dell’Ordine a cui sono stato iscritto per qualche anno, recava in copertina il profilo di un “avvocato con la toga” (poi il logo è cambiato ma solo per aggiungere un secondo profilo, questa volta femminile, “politically correct” insomma, ma pur sempre con la toga).

La conseguenza, e il problema vero, è che anche i potenziali clienti si rappresentano l’avvocato soltanto in questo modo e quindi lo coinvolgono solo in casi di conclamata patologia. Uno dei risultati del modello tradizionale, ove vige l’indissolubile connubio “Avvocato con la Toga – Tribunale”, è stato quello di abbandonare ad altre professionalità in un mondo sempre più globalizzato gran parte della consulenza stragiudiziale, in particolare quella dedicata alle imprese, ed in special modo a quelle medio-piccole.

Mi sembra utile riproporre qui una considerazione tratta da un bel libro di Angelo Monoriti e Rachele Gabellini (entrambi avvocati) (“NegoziAzione – Il manuale dell’interazione umana” (2018) pag. 8 “Le capacità dei nostri migliori giuristi…vengono affinate più nella direzione della devoluzione della controversia ad un terzo (i.e. il giudice) piuttosto che in quella di fornire   un supporto strategico alle parti ai fini del perseguimento dei propri effettivi interessi (il fine)  e, quindi, nella creazione degli accordi (il mezzo)”. E come non mi stancherò mai di ripetere, l’avvocato può e deve essere in grado di fornire un simile supporto ai clienti, e per far ciò essere ben consapevole che “prevenire è meglio che curare” (il mio mantra …) e che l’obiettivo del cliente, o quantomeno delle imprese, è quello di evitare patologie contrattuali.

C’è ancora tanto spazio per gli avvocati, soprattutto per quelli che non si limitano ad indossare la toga (io l’ho indossata solo il giorno del giuramento, venticinque anni dopo aver passato l’esame di abilitazione, a Milano, fortunatamente al primo tentativo).

Marco Bianchi © riproduzione riservata   Febbraio 2020

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